Muoversi in bici è una delle chiavi per ridurre traffico ed emissioni. Senza infrastrutture adeguate però, e senza il rigoroso rispetto degli utenti deboli della strada, come pedoni e ciclisti, ciò può significare esporsi a rischi ancora troppo elevati.
Ciclisti morti in Italia nel 2025: il rischio di usare la bici
Ne sono un lampante esempio i dati drammatici sulle morti di ciclisti relative al 2025: ben 222 in Italia, secondo l’Osservatorio ciclisti Asaps-Sapidata. Il dato comprende 200 uomini e 22 donne; quasi la metà delle vittime aveva più di 65 anni.
Tra sostenibilità e rischi per chi usa la bici
Numeri che raccontano una contraddizione: si chiede ai cittadini di scegliere forme di mobilità più sostenibili, ma in tante occasioni chi sale in sella deve ancora condividere la carreggiata con veicoli molto più pesanti e veloci – spesso infastiditi dalla presenza dei ciclisti -, fare i conti con piste ciclabili discontinue e affrontare incroci progettati quasi esclusivamente il traffico di automobili e motocicli.
Come porre rimedio a questa complessa situazione? Potrebbe essere d’aiuto prendere ispirazione dai Paesi che, secondo l’osservatorio europeo per la sicurezza stradale, presentano il rischio più basso di mortalità dei ciclisti per chilometro percorso pur avendo, o meglio, proprio perché hanno una diffusione maggiore della bicicletta. Dove si pedala di più il rischio individuale sembra essere infatti essere più basso.
I Paesi virtuosi da cui l’Italia può prendere ispirazione
Ecco cosa può imparare l’Italia da Paesi virtuosi, come Paesi Bassi e Danimarca, che risprttivamente contano 15,9 e 17,6 vittime ogni miliardo di chilometri pedalati, sul fronte della sicurezza degli utenti della strada che scelgono la bici. Bisogna anche considerare però che in generale, e non solo rispetto ai ciclisti, le strade di Danimarca e paesi Bassi sono più sicure: nel 2025 l’Italia ha registrato 49 morti stradali ogni milione di abitanti, contro le 23 e le 35 degli altri due Paesi.
Non basta costruire qualche pista ciclabile in più. Servono infrastrutture continue, protette e capillari, che permettano di raggiungere davvero la propria destinazione senza interruzioni improvvise. Servono poi incroci sicuri, limiti di velocità adeguati, un ripensamento dello spazio urbano che metta al centro gli utenti più vulnerabili e offra collegamenti efficaci tra città e periferie.
È questa la lezione dei Paesi dove la bicicletta è una parte normale della mobilità quotidiana: è l’ambiente stradale a essere progettato per ridurre il rischio, non il ciclista sempre all’erta per la paura di finire investito.
L’Italia può quindi promuovere davvero la mobilità dolce solo se affianca agli obiettivi ambientali una politica altrettanto ambiziosa sulla sicurezza. Una mobilità è veramente sostenibile soltanto quando può essere scelta da tutti senza mettere a rischio la vita di chi la pratica.
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Padovana classe 1995, con formazione classica e specializzata in ripresa e fotografia alla Scuola di Cinema Luchino Visconti, vivo a Milano da oltre 10 anni. Giornalista pubblicista iscritta all’ordine della Lombardia, lavoro dal 2018 in agenzia di stampa, dove coniugo l’interesse per l’attualità e la scrittura con gli aspetti tecnici legati all’attività di operatore video e montatore. Dopo l’inizio dell’attività professionale in Alanews, service ufficiale dell’agenzia Ansa, dove mi occupo prevalentemente di cronaca e politica nazionale e locale, mi sposto in Italpress, per la quale mi dedico al territorio, sia sul fronte economico, che della cronaca, che politico. In seguito ad una brevissima parentesi in agenzia di comunicazione, torno al giornalismo con Estenews, per la quale seguo lo sport – come inviata in Lega Calcio – e la salute, alla quale è dedicata la mia attività sul sito. Tra le collaborazioni attive quelle con l’agenzia di stampa Adnkronos e con enti ed istituzioni del mondo della salute e dell’istruzione, come la Società italiana di farmacologia. Ambientalista, animalista e vegetariana, amo la montagna, i cani e la fotografia.

