C’è un momento, nella traiettoria di un adolescente che si ritira dal mondo, in cui la porta della sua stanza smette di essere un confine e diventa un muro. È da questa immagine, per quanto non pronunciata esplicitamente da nessuno dei relatori, che sembra partire la riflessione emersa al convegno “Hikikomori e sport oggi”, promosso dal Panathlon Club Milano (in collaborazione con il Panathlon International) lo scorso 24 settembre al Centro Ospedaliero Militare. Un pomeriggio di lavori che, attraversando prospettive cliniche, sportive e istituzionali diverse, ha finito per interrogarsi su una domanda di fondo: che cosa può fare lo sport, prima che quella porta si chiuda, e che cosa può fare dopo, quando è già chiusa da tempo?
In coda all’articolo gli interventi del Direttore Scientifico, Giovanni Lodetti, delle relatrici Elisa Deponte, Isabel Fernandez, Maria Zaccagnino, Barbara Laiacona e del relatore Flavio Nascimbene. Attenta, anche sotto il profilo scientifico la moderazione di Filippo Grassia, presisdente del Panathlon Club Milano
Un fenomeno che non ha un solo nome
L’hikikomori, nato come categoria clinica e sociale in Giappone, è oggi riconosciuto in contesti culturali molto diversi, e la sua definizione si è fatta via via più complessa. Non è più solo il ritiro fisico nella propria stanza, ma un insieme di traiettorie che intrecciano ansia sociale, sintomi depressivi, difficoltà di regolazione emotiva, dinamiche familiari e, sempre più spesso, esperienze di bullismo, esclusione e umiliazione mai davvero elaborate. È un fenomeno che attraversa le categorie invece di stare dentro una sola di esse. Anche per questo, come è emerso più volte nel corso della giornata, non esiste un unico punto da cui intervenire, ma un sistema di fattori — individuali, familiari, sociali — che va letto caso per caso.
In questo sistema, lo sport occupa un posto importante. Non è terapia, non lo sostituisce; ma non è nemmeno un’attività neutra, un semplice passatempo. È, se ben costruito, un laboratorio di relazione a bassa intensità, un luogo dove il corpo, la fatica e la presenza dell’altro tornano ad avere un senso che non passa solo dalle parole.
Prevenire: la qualità dei contesti, non solo la volontà dei singoli
Il filo che ha aperto i lavori — quello proposto dal direttore scientifico del convegno — è stato in questo senso programmatico: la prevenzione dell’hikikomori passa dalla capacità dei contesti sportivi di accogliere le fragilità, non dal presupposto che i ragazzi più fragili debbano prima “guarire” per potervi accedere. Un’attività motoria destrutturata, priva della pressione della prestazione, può lenire l’ansia che molti ragazzi predisposti al ritiro provano di fronte alla semplice presenza fisica dei coetanei. Ma questo richiede tecnici e allenatori capaci di leggere ciò che accade sul campo non solo in termini tecnici — un pallone perso, un allenamento saltato — ma come segnale: un meccanismo di difesa, un evitamento che si ripete, un progressivo diradarsi della presenza.
È un cambio di sguardo che la psicologia militare, per quanto operi in un mondo apparentemente diverso, ha aiutato a mettere a fuoco da un’angolazione ulteriore. Ciò che rende protettivo un contesto — è stato osservato nel corso della giornata — non è la sua etichetta, militare o civile che sia, ma la presenza sistematica di alcuni ingredienti: l’appartenenza a una comunità, relazioni significative con figure adulte affidabili, obiettivi condivisi, rituali che rafforzano un’identità comune, responsabilità assunte in modo progressivo, esperienza corporea, gestione della frustrazione. Sono gli stessi ingredienti che la letteratura sulla resilienza individua come determinanti del benessere psicologico, ovunque essi si presentino. Tradotto nel linguaggio dello sport giovanile, questo significa che un campo da gioco può diventare un fattore di protezione reale — non simbolico — solo se chi lo abita da adulto sa costruire quella rete di appartenenza e di senso, e non si limita a insegnare un gesto tecnico.
Riabilitare: dal rifugio digitale al corpo che torna a esporsi
Se la prevenzione riguarda la qualità degli ambienti, la riabilitazione riguarda invece il tempo e la gradualità. Il caso clinico discusso nel corso del convegno — quello di un adolescente segnato da un ritiro sociale severo, alle prese con rituali ossessivi e un quadro fobico complesso, cresciuto in un sistema familiare “ad alta densità fusionale”, caratterizzato da legami diadici simbiotici — ha reso concreto ciò che altrove poteva restare teoria. Il percorso di recovery non è passato da un giorno all’altro dall’isolamento alla vita sociale piena, ma ha attraversato una fase intermedia: l’attività videoludica online, spesso demonizzata come causa stessa del ritiro, è stata invece utilizzata come un setting transizionale a bassa soglia d’ansia, per sperimentare l’Altro senza l’impatto angosciante del corpo reale, un modo per mantenere un aggancio relazionale quando ogni altro canale sembrava precluso. Solo in una seconda fase lo sport reale — nel caso specifico, il gioco delle bocce in un contesto associativo locale — è diventato il dispositivo concreto di reinserimento, che ha permesso un’esposizione graduale al mondo esterno, la stabilizzazione del funzionamento psichico e la ricostruzione di un’autonomia perduta.
È un passaggio che dice qualcosa di più generale sul modo in cui va pensata la riabilitazione dal ritiro sociale: non un salto, ma una scala, i cui gradini possono includere anche strumenti che a prima vista sembrano appartenere al problema — lo schermo, il videogioco — se inseriti dentro un progetto terapeutico che ne sappia orientare la funzione. Nello stesso senso è andata la lettura offerta dal contributo centrato sull’EMDR e sul modello dell’Adaptive Information Processing: il ritiro, in questa chiave, non è solo un sintomo da eliminare, ma spesso una strategia protettiva, costruita per arginare un’attivazione emotiva insostenibile. Il rischio è che questa stessa strategia, riducendo l’esposizione a esperienze relazionali correttive, finisca per consolidare proprio le convinzioni negative su di sé e sugli altri che l’hanno generata. Lavorare sull’elaborazione di quelle esperienze avverse, insieme a un graduale ritorno a esperienze corporee e sociali — lo sport, appunto — è apparso come una delle strade più promettenti, tanto più quando il lavoro clinico individuale si intreccia con il coinvolgimento della famiglia.
La motivazione come punto di ripartenza
C’è però una domanda che precede sia la prevenzione sia la riabilitazione, ed è forse la più difficile: come si fa a motivare chi ha smesso di avere progetti? L’apatia che spesso accompagna l’hikikomori non è solo stanchezza o pigrizia, ma l’esito di una progettualità che si è arenata. È qui che il contributo della psicologia dello sport, con il richiamo al concetto giapponese di ikigai — la ragione per cui, letteralmente, ci si sveglia al mattino — ha offerto una chiave di lettura suggestiva. Prima ancora delle tecniche, prima ancora dei protocolli, il lavoro con questi ragazzi sembra dover ripartire dalla ricostruzione di un motivo, per quanto piccolo, per muoversi verso qualcosa. Non stupisce, in questa luce, l’uso di una metafora come quella del kintsugi, l’arte giapponese di riparare gli oggetti rotti con l’oro, rendendoli più preziosi proprio nel punto della frattura: un’immagine che restituisce bene l’idea per cui il lavoro terapeutico e sportivo con questi ragazzi non punta a cancellare la rottura, ma a valorizzarla come parte della storia che porta altrove. Un lavoro quindi fondato su un approccio integrato e territoriale, mirato a favorire una graduale riattivazione sociale e che possa, al contempo, costituire un sostegno valido alle famiglie. Un approccio terapeutico che coniuga psicoterapia individuale, online ed EMDR.
Che cosa resta, oltre la giornata di studio
Messi insieme, gli interventi ascoltati a Milano restituiscono un’indicazione che va oltre la casistica clinica: lo sport non “cura” l’hikikomori, ma può essere, a seconda del momento in cui interviene, un argine che previene l’isolamento o un ponte che ne consente l’uscita graduale. Nell’un caso e nell’altro, però, la condizione perché questo accada non è automatica. Richiede tecnici e dirigenti sportivi capaci di leggere ciò che accade oltre il gesto tecnico; richiede setting che sappiano essere destrutturati quando serve, e non solo competitivi; richiede un dialogo reale tra il mondo dello sport e quello della cura, perché un allenatore non può — né deve — sostituirsi a un terapeuta, ma può essere l’adulto che nota per primo un segnale, o l’ambiente che accoglie un ragazzo nel momento in cui il percorso clinico prova a farlo riaffacciare al mondo.
Forse è questo il punto più utile emerso dalla giornata milanese: pensare la prevenzione e la riabilitazione dell’hikikomori non come compiti separati, affidati a mondi diversi — la scuola, la famiglia, la sanità, lo sport — ma come momenti di uno stesso processo, che richiede alleanze reali più che deleghe. “L’Hikikomori ci interroga tutti”.
La porta della stanza, per tornare all’immagine iniziale, non si riapre da sola. Ma può riaprirsi un poco alla volta, se fuori da quella porta c’è un contesto — sportivo, in questo caso — capace di aspettare, di accogliere, e di non chiedere subito una prestazione.

