Se il Giro d’Italia Women per la prima volta si potrà affidare alla macchina organizzativa di Rcs, un po’ di merito è anche suo. Perché la gara più importante della pedivella in rosa, in programma dal 7 al 14 luglio, con la sua edizione numero 35 si avvarrà della regia di chi già organizza al maschile “la gara più dura del mondo nel Paese più bello del mondo”. Ma passare dal Giro Rosa dei Carmine Castellano e dei Beppe Rivolta a Rcs è un po’ come passare da Alfonsina Strada a Elisa Longo Borghini. E nel mezzo c’è lei, appunto, Rossella Galbiati. Che con il suo sorriso timido e contagioso maschera bene le smorfie di fatica che gli sono costate le oltre 100 vittorie in carriera. Contribuendo a fare del ciclismo al femminile, negli anni in cui dire che era uno sport di nicchia sarebbe parso quasi un’esagerazione, la realtà vivace e ambiziosa quale oggi è.

Rossella Galbiati, oltre 100 titoli sui pedali. E l’impegno per i più giovani
Galbiati, 65enne all’anagrafe ma non nel dinamismo con cui racconta del suo ciclismo, si imbarazza quasi quando le si pone davanti lo striscione d’arrivo della sua carriera. Fatta di titoli tra strada e pista, nell’inseguimento e nell’ora, a livello italiano e mondiale. Al triangolo dell’ultimo chilometro, Rosella non si guarda indietro per guardare ciò che è stato. Semmai si alza sui pedali e sprinta verso nuovi traguardi. “A volte mi dimentico di essere stata un’atleta”, spiega davanti ai soci del Panathlon Milano, nella conviviale prenatalizia a Segrate. Non si volta, perché di cose da fare nel presente ce ne sono fin troppe. Lei che insieme al marito ha dedicato gli ultimi due decenni al ciclismo delle nuove generazioni, aiutando normodotati e paralimpici coltivando l’approccio di educazione sportiva, ancor prima che di sbocco verso l’agonismo.

“Oggi mancano le strutture per i ragazzi che vogliono avvicinarsi al ciclismo”, è il suo grido d’allarme, che batte strade già percorse da chi – come l’Osservatorio metropolitano di Milano – ha fotografato pericoli e rischi delle infrastrutture meneghine dedicate a chi sceglie di muoversi sui tubolari. È un lavoro paziente, anche in collaborazione con le istituzioni, quello di chi cerca di valorizzare lo sport delle due ruote a pedali, come fa Galbiati. Capace da atleta di ritoccare 5 volte il record del mondo su pista, ma perseverante nel più plantigrado percorso di adeguamento delle nostre città alle esigenze di chi fa sport in sella a una bicicletta, “anche per il semplice piacere di farlo”. Concetto caro a Rossella, che intrattenendosi le portate al tavolo e i balli della festa natalizia del club ha aggiunto: “Era da anni che non stavo così bene. Sono felice di essere diventata socia del Panathlon Club Milano”.
Il Gran premio della montagna di Filippo e Stefano Traldi
Perché è l’approccio che conta, ancor prima che il risultato. Panathletismo allo stato puro, in altre parole, che poi è anche lo stesso con cui i soci del Panathlon club Milano hanno ascoltato la testimonianza di Stefano Traldi. Impegnato nell’ascesa a una montagna che farebbe impallidire anche Mortirolo e Blockhouse e che ha a che fare con la salute del piccolo Filippo, suo figlio, affetto da una rarissima malattia connessa alla mancata produzione di enzimi. Un dramma che Stefano ha affrontato con l’aiuto del Panathlon Milano, volando sino in America per sfidare il gigante che la malattia rappresentava. E che lui, con cure sperimentali e la fede incrollabile del passista, è riuscito a vincere insieme a Filippo: “Non fermatevi mai, neanche di fronte a quel vi potrebbe scoraggiare. Se ci tenete veramente, andate fino in fondo”. Fino a un traguardo che anche lui, ora, può tagliare a braccia alte.
Stefano Arosio

