Sono Gaetano Mirabella Costa, siciliano di 45 anni, e Fernando Eduardo Artese, 63enne italo-argentino, i due connazionali rinchiusi nel centro Usa per il rimpatrio Alligator Alcatraz, caldamente desiderato dal presidente americano Donald Trump e costruito in appena 8 giorni su una pista di decollo chiusa da anni ed anni nelle Everglades della Florida.
Il centro detentivo, circondato da paludi in cui vivono alligatori, caimani e grandi serpenti tra cui pitoni, può ospitare fino a 5.000 persone in attesa di rimpatrio e la sua gestione comporta spese per quasi mezzo miliardo di dollari all’anno.
Inaugurato da circa tre settimane, più precisamente il 3 luglio, il centro si è già guadagnato un nome cupo e spaventoso: Alligator si collega appunto alla pericolosa fauna locale, mentre Alcatraz è un inequivocabile e diretto riferimento alla prigione federale di massima sicurezza situata sull’omonima isola a largo di San Francisco che Trump vorrebbe per giunta riaprire.
Mirabella Costa è stato raggiunto in carcere dai microfoni del Tg2, ai quali ha dichiarato: “Aiutateci ad uscire da questo incubo. Siamo in 32 in una gabbia, come in un pollaio, anche i bagni sono aperti e tutti ti possono vedere. E’ poi difficile avere la possibilità di parlare con un avvocato o con un giudice”.
Il 45enne sarebbe stato portato ad Alligator Alcatraz il 9 luglio, dopo 6 mesi di detenzione in carcere. Secondo quanto finora ricostruito, l’uomo sarebbe stato denunciato per violenze dall’ex moglie americana e, quando le forze dell’ordine l’hanno arrestato, l’avrebbero ritenuto colpevole anche di detenzione di stupefacenti.
Circa una settimana prima, nel giorno dell’inaugurazione del centro di detenzione, era arrivato l’altro connazionale, Artese, a cui viene contestato il reato di overstay, ossia di permanenza negli Stati Uniti oltre il termine temporale previsto dall’Esta, il permesso che si richiede per poter svolgere turismo in Usa. Ai microfoni del Tampa Bay Times, intervistato assieme ad altri 6 detenuti, Artese ha dichiarato: “E’ un campo di concentramento. Ci trattano come criminali, è una ricerca di umiliazione. Siamo tutti lavoratori e persone che lottano per le nostre famiglie”.
La Farnesina è all’opera per cercare di liberare i due uomini ma potrebbero volerci diversi giorni. Interloquire con l’autorità americana responsabile della gestione dei rimpatri non è infatti impresa semplice e le trattative potrebbero richiedere del tempo.

