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In una giornata segnata dal crollo dei vertici del calcio italiano, arriva anche il passo indietro più doloroso per il prestigio internazionale del nostro movimento. Gianluigi Buffon non è più il Capo Delegazione della Nazionale. Un addio consumato via social, con la trasparenza e la passione che hanno sempre contraddistinto l’ex numero uno azzurro, subito dopo il naufragio contro la Bosnia che ha sancito l’esclusione dell’Italia dal terzo Mondiale consecutivo. 

“Un male al cuore”: le ragioni di Gigi

“Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia era un atto necessario, che mi usciva dal profondo”. Con queste parole Buffon ha spiegato la necessità di farsi da parte, rivelando di aver inizialmente temporeggiato solo su richiesta della Federazione per garantire un minimo di stabilità durante le ore più convulse del post-partita. 

Il suo non è solo un atto di solidarietà verso Gabriele Gravina e Gennaro Gattuso, ma una scelta di responsabilità istituzionale. Buffon ha sottolineato l’importanza di lasciare “carta bianca” alla nuova dirigenza che verrà: “È giusto lasciare a chi verrà dopo la libertà di scegliere la figura che riterrà migliore per ricoprire il mio ruolo”. 

Il bilancio di un’esperienza intensa

Nonostante l’epilogo amaro, Buffon lascia un’eredità di riforme iniziate e un progetto volto a creare una connessione reale tra le nazionali giovanili e la selezione maggiore. Nel suo messaggio di commiato, traspare l’orgoglio per aver servito la maglia azzurra in una veste diversa, definendo l’esperienza come un “privilegio e un insegnamento” che porterà sempre nel cuore, nonostante il “male al cuore” per la sconfitta sul campo. 

Con l’uscita di scena di Buffon, la Nazionale perde l’ultimo baluardo del gruppo storico dei campioni del mondo del 2006 ancora attivo nei quadri federali. È la fine definitiva di un’era e il segnale inequivocabile che la ricostruzione, questa volta, non risparmierà nessuno.