L’estate 2026 si è aperta con 40 decessi per annegamento in una settimana in Francia, un dato drammatico che ha fatto scattare l’allarme sulle buone pratiche per una balneazione sicura in laghi e fiumi, ma anche in mare e sul primo soccorso dei bagnanti in difficoltà in acqua.
Anche in Italia ricordiamo episodi tragici, come quello dei tre giovani trascinati via dalla corrente del fiume Natisone, sorpresi su un isolotto di ghiaia dall’improvvisa piena del corso d’acqua.
Questi dati ed eventi non devono spingerci a rinunciare ai momenti di svago in acqua, ma dimostrano l’urgenza di informare l’opinione pubblica sulle norme di sicurezza da seguire e sui comportamenti da adottare in caso d’emergenza, così da essere in grado di invertire la rotta ‘in crescita’ di queste tragedie.
Soccorsi in acqua culminati in tragedia per il soccorritore
Ancora più dolorose sono poi le non rare situazioni in cui chi si tuffa per intervenire e salvare qualcuno, diventa lui stesso vittima. È infatti accaduto spesso che il soccorritore abbia perso la vita dopo o durante un tentativo di salvataggio. Tra queste spicca la storia di Aymane Ed Dafali, 16enne di Rovigo, originario del Maghreb, morto annegato nel tentativo di salvare una coppia di turisti nel canale Logonovo, definito dai residenti ‘il canale maledetto’, per le molte vittime causate nel corso degli anni.
Straziante anche l’epilogo della giornata al fiume Sesia di una famiglia: un padre, vedendo la figlia in difficoltà in acqua, si è tuffato assieme allo zio per salvarla. Entrambi però hanno perso la vita dopo essere stati trasportati via dalla corrente mentre la bimba è stata salvata dai soccorritori giunti sul posto.
Questi episodi fanno ben comprendere quanto sia assolutamente fondamentale pensare alla propria incolumità prima e durante un soccorso.
Saper leggere il pericolo prima che diventi fatale ed essere preparati a intervenire nei primi quattro minuti può, a tutti gli effetti, fare la differenza tra la vita e la morte.
Riconoscere l’annegamento: il pericolo in acqua è silenzioso
Il primo errore da correggere riguarda l’immaginario comune. Chi sta annegando non urla, non chiede aiuto e non sbatte freneticamente le braccia come si vede spesso nei film. La reazione istintiva del corpo all’annegamento è infatti spesso silenziosa: l’organismo è impegnato a cercare aria, non a gridare, e le braccia si muovono lateralmente per cercare di spingere la bocca sopra il livello dell’acqua. Se si nota una persona con la testa bassa, la bocca a filo della superficie, gli occhi sbarrati o i capelli sul viso che non vengono scostati, ci si deve attivare segnalando la situazione o intervenendo per aiutare il bagnante.
La catena del soccorso in acqua: le 3 regole per non diventare una seconda vittima
Se si nota qualcuno in difficoltà in acqua, l’istinto immediato è quello di tuffarsi. Come dimostrano le cronache, però, è un errore che può costare la vita. Il primo comandamento del soccorritore occasionale è non superare mai i propri limiti.
- Chiamare subito i soccorsi: Prima ancora di fare qualsiasi altra mossa, allertare il 112 (o il 1530 per le emergenze in mare) e fornire la posizione precisa.
- Lanciare, non tuffarsi: Se la persona è vicina a riva, cercare di non entrare in acqua, lanciare piuttosto una corda, un salvagente, un bastone o qualunque oggetto galleggiante robusto a cui possa aggrapparsi.
- Nuotare protetti: Se si è costretti a entrare in acqua per raggiungere la persona in difficoltà, portare con sé una tavoletta, un materassino o un galleggiante da frapporre tra sé e la vittima. Una persona in preda al panico da annegamento ha una forza incontrollabile e tenderà ad aggrapparsi a chi la cerca di salvare, spingendolo sott’acqua nel tentativo di rimanere a galla.
Le manovre salvavita a terra: cosa fare in attesa dell’ambulanza
Una volta portata la persona sulla terraferma, ogni secondo è vitale per evitare danni cerebrali dovuti alla mancanza di ossigeno.
- Valutazione rapida: Distendere la vittima sulla schiena su una superficie rigida. Verificare se respira osservando se il torace si solleva e si abbassa.
- Le 5 insufflazioni di soccorso: Nell’annegamento, a differenza del classico arresto cardiaco da infarto, la causa del blocco è la mancanza d’aria (ipossia) causata dall’acqua. Le linee guida internazionali prevedono di iniziare immettendo subito aria nei polmoni con 5 ventilazioni bocca-bocca.
- Il massaggio cardiaco: Se il torace non riprende a muoversi in autonomia, iniziare subito le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Alternare 30 compressioni toraciche decise al centro del petto a 2 insufflazioni, continuando senza interruzioni fino all’arrivo del personale sanitario o di un defibrillatore.
La cultura della prevenzione e del primo soccorso non è una questione da delegare solo ai bagnini, ma una responsabilità collettiva. Conoscere queste manovre e saper mantenere il sangue freddo è il modo più concreto ed efficace per aiutare chi è in difficoltà senza mettere in pericolo se stessi.

