Anno del Signore 1994, 22 maggio, Bologna. Un ragazzo di nome Eugenio, perché pronunciarlo con l’anagrafico Evgenij è meno immediato, parte dal capoluogo emiliano in direzione di Milano, città che raggiungerà dopo 22 tappe e 3731 chilometri.
Le radioline nel ciclismo e l’ostracismo di Berzin
Eugenio, divenuto familiare al grande pubblico grazie alle medaglie su pista ai Mondiali e alla Liegi-Bastogne-Liegi vinta poche settimane prima, di cognome fa Berzin. E quel Giro d’Italia lo vincerà davanti a un Marco Pantani ancora in Carrera e con i capelli sopra le orecchie, ma anche davanti a Miguel Indurain. Era il ciclismo di Abdoujaparov (primo nella classifica a punti) e Richard (Gp della montagna), un ciclismo che proprio con l’astro nascente del Pirata di Cesenatico avrebbe vissuto una delle sue stagioni più belle, di lì a poco.
Un ciclismo in cui la radiolina era di là da venire e anche in quello così distante da quello di oggi. Lo dice oggi chiaramente Eugenio, ormai definitivamente italianizzato dopo che nel Pavese ha preso residenza, una volta sceso dalla bici. “Ok per dare informazioni, ma non per suggerire la tattica”, dice oggi Berzin, 53 anni e le due ruote alle spalle, in favore delle quattro a motore che vende nella sua concessionaria a Stradella.
Formula 1, calcio, rugby: la tecnologia applicata allo sport
Che lo sport sia condizionato dalla componente “non umana” è una contraddizione filosofica e semantica della concezione di piacere fisico ed intellettuale del diporto, con cui si tradurrebbe la parola stessa. Eppure, che la componente meccanica e addirittura tecnologica sia una realistica condizione lo testimonia la quotidianità dell’attività sportiva di oggi. Il calcio che non vive più senza Var, i guai della Ferrari in Formula 1 e il ritiro di Leclerc in Brasile per un guasto idraulico, i dialoghi in diretta tra arbitri e pubblico e chi più ne ha più ne metta.
Che la si ami o che ci si limiti a sopportarla, innanzitutto quando si parla di sport, la tecnologia applicata è una realtà. E a cui forse non ci si potrà più sottrarre e che toglie quella componente mitologica dall’impresa sportiva, ma restituisce qualcosa di più analitico e decifrabile in termini di trasparenza. Perché la radiolina in corsa può essere la spina, l’evoluzione dell’antidoping la rosa. E avere la certezza di uno sport più pulito fa digerire anche quel minor romanticismo che, sì, l’esasperazione tecnologica ha creato diminuendo l’imprevedibilità.

