L’hashtag ‘Adhd’ ha invaso negli ultimi mesi i ‘Per te’ di TikTok, raggiungendo l’esorbitante cifra di 21,4 miliardi di visualizzazioni. A questo hashtag si aggiunge quello sull’Adhd awareness, che conta 1,2 miliardi di visualizzazioni, e quello sui sintomi del disturbo, giunto a 178,6 milioni di views.
“La mia vita con ADHD”, il fenomeno social dilagante
L’Adhd come fenomeno social si è sviluppato a partire dai racconti di coloro che ne sono realmente affetti, dove si elencano eventi ed episodi buffi – ma non solo – legati al fatto di dover convivere con il disturbo. A farlo crescere ad un ritmo così sostenuto sono state però le interazioni degli utenti. Sono infatti sempre di più le persone che si rivedono nelle parole dei creators che raccontano le loro esperienze di Adhd, ritrovandosi appieno nelle descrizioni dei sintomi e delle caratteristiche del disturbo del neuro-sviluppo.
Questa collettiva immedesimazione ha dato il via ad un’ondata di autodiagnosi, che vede migliaia di giovani autoproclamarsi ‘compagni di sventura’, un modo di definirsi decisamente in linea con l’atteggiamento leggero e ironico che caratterizza la generazione Z soprattutto sui social.
I rischi dell’autodiagnosi di deficit dell’attenzione
Se, da una parte, parlare con normalità e senza imbarazzi o pregiudizi di un disturbo che riguarda circa il 5% dei giovani è un passo avanti per rimuovere definitivamente lo stigma che ancora circonda l’ADHD, dall’altra parte il dilagare dell’autodiagnosi può essere controproducente. Gli esperti sottolineano infatti che solo un professionista può formulare la diagnosi di disturbo da iperattività e deficit dell’attenzione e che solo affidandosi a tali professionisti è possibile usufruire dei servizi di supporto messi a disposizione di questa categoria di pazienti, come quelli di neuropsichiatria infantile. Inoltre, è importante ricordare, come già fatto nell’articolo dedicato alla correlazione tra lo sviluppo di Adhd e l’utilizzo eccessivo di smartphone e social, che la diagnosi deve essere fatta tra i 3 e i 12 anni, dopo aver avuto sintomi riconducibili al disturbo per almeno sei mesi consecutivi.

