Con il termine sindrome di Medea si fa riferimento a quella gravissima ma (fortunatamente) estremamente rara condizione che porta una mamma a fare del male ai suoi bambini, talvolta addirittura arrivando a privarli della vita.
Quando si legge sui giornali o si ascoltano in televisione storie di questo tipo ci si sente spesso frastornati e pieni di domande: perchè l’ha fatto? E’ una donna cattiva o, piuttosto, è una persona malata e lasciata sola? Avrà chiesto aiuto? Se sì, perchè nessuno gliel’ha fornito?
In poche parole: cosa è andato così storto da spingere una mamma ad annientare la persona che più dovrebbe amare al mondo?
La psiche umana è estremamente complessa e non tutte le risposte risiedono lì, almeno in questo caso, perché la sindrome di Medea può insorgere anche in seguito a problemi di tipo fisico oltre che psicologico, come il diabete gestazionale che altera l’equilibrio biologico prima ed emotivo poi, infezioni delle funzioni delle vie urinarie o, ancora, alterazioni del sistema immunitario.
Analizziamo dunque nel dettaglio di cosa si tratta e cosa la può scatenare.
Il mito dietro la sindrome di Medea
Partiamo, innanzitutto, dall’origine del nome della sindrome: come molti appassionati di mitologia greca e studenti (ed ex studenti) del liceo classico avranno capito, la denominazione della condizione prende spunto dal mito greco di Medea che uccise i suoi figli per punire il marito Giasone dopo il tradimento che egli le aveva inflitto.
Le statistiche della sindrome di Medea
A livello generale, 5 bambini su 100 mila sono vittime di figlicidio, che prende il nome di infaticidio se il piccolo ha meno di un anno di età.
In Italia l’anno più buio è stato il 2014, con 39 casi di figlicidio. Dal 2020 al 2023 i casi totali sono stati 31.
Ma quanti di questi bambini sono stati tolti al mondo per mano delle loro madri? Il 59% circa. Di queste donne carnefici, quante sono vittime della sindrome di Medea? Circa il 12%. Il resto si dividono tra donne in attacco psicotico acuto (21%), madri che vogliono sottrarre i figli agli orrori del mondo (chiamato anche ‘infanticidio compassionevole’, 25% dei casi) e madri che non desideravano diventarlo (25%).
Il 41% restante viene ucciso dai padri. La differenza prevalente tra i due generi dei carnefici sta nell’età dei figli: le donne tendono ad accanirsi quando i bambini hanno meno di un anno di vita, l’opposto avviene negli uomini.
Nel 60% dei casi, il figlicidio è seguito dal suicidio del genitore colpevole. Se ad essere uccisi sono due figli o più, il tasso di suicidio del genitore sale fino all’86%.
Ma chi sono queste madri-Medea?
Il 50% delle madri-Medea ha un disturbo clinico certificato da medici come psicosi, disturbi borderline, depressione maggiore, depressione post partum acuta ecc e nel 76% dei casi sono considerate non in grado di intendere e di volere proprio a causa delle turbe di carattere mentale con le quali convivono. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne giovani, che convivono anche con difficoltà socio-economiche, con scarsi aiuti familiari e senza un compagno.
Come prevenire i drammi di questo tipo?
Se si sospetta che una neo mamma – o anche una madre che lo è già da un po’ – stia vivendo un momento di seria difficoltà non aspettare che sia quest’ultima a chiedere aiuto e preferire un intervento consapevole alla tutela dell’altrui riservatezza. A volte è meglio rischiare di essere percepiti come invadenti piuttosto che restare passivi di fronte a possibili gravi problemi che non possono essere risolti con la discrezione ma solo con l’azione. In caso di preoccupazione e in assenza di contatti diretti con le persone interessate, si possono infatti contattare per segnalazioni le forze dell’ordine, che si occuperanno di inviare un assistente sociale o un team di assistenza medica.

