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L’Italia dei campanili e i cieli delle mezzelune, il senso di appartenenza e la calamita della moneta: non due lati della stessa medaglia, semmai due squadre schierate nelle opposte parti di campo, nella partita per il futuro del pallone.

Il calcio in Arabia e il caso Mancini

Il richiamo dei soldi d’Arabia è qualcosa a cui le il calcio del Vecchio continente non ha saputo dire di non indurci in tentazione. Il peccato da confessare può essere semmai una virtù, ma non nel calcio business del 2023: pochi soldi, quantomeno non tanti quelli che si sommano come nella montagna di zio Paperone, là dove li chiamano ancora petrodollari. Spagna, persino Inghilterra, ma innanzitutto Italia: tutti l’hanno avvertito, durante la sessione di mercato appena conclusa. Nessuno ha potuto farci qualcosa. Se non augurarsi che di offerte vere e proprie, negli ultimi giorni della sessione estiva, non ne arrivassero.

Un disequilibrio, quello tra il piatto della bilancia italiana e del calcio d’oltreconfine, resosi evidente sin dal caso Tonali e da quelle decine di milioni che il Tottenham ha saputo, goduto e voluto spendere. Portando liquidità nelle casse di Milanello, rendendo arido il romanticismo di chi resta – nonostante tutto – un romantico di bandiere e idoli.

La goccia che ha fatto traboccare il famoso vaso è però stata quella di Roberto Mancini. Lapidato mediaticamente per aver detto sì a 60 milioni e spicci, battendo in ritirata da Coverciano per volare a Riad. Una fuga che prima di lui avevano fatto, con modalità differenti e ma assegni a enne zeri, anche i vari Brozovic, Ibanez, Demiral e Milinkovic-Savic, solo per restare alla Serie A. Fino appunto al cittì e al clamore che nasconde solo in parte un fenomeno contro cui la squadra dell’Italia dei campanili può solo giocare in difesa.

La fuga in Arabia e la fuga di Israele verso il calcio d’Europa

Eppure la fuga verso il nuovo eldorado calcistico è il tragitto che sulla stessa direzione è stato percorso nel verso opposto, giusto 30 anni fa, da Israele. Che dal calcio arabo e asiatico ha preso le distanze, compiendo una scelta sportiva sì, ma anche politica, sociologica e strategica. Il contesto, sommariamente detto, è quello che segue la prima Intifada di inizio anni Novanta. Israele chiede alla Fifa di poter accedere alla Uefa, voltando le spalle alla Confederazione asiatica. Una richiesta su cui è a tutti evidente quanto pesi la pace tra i territori palestinesi e Israele stesso e che anche per questo non tarda a dare i risultati attesi: l’input è quello di evitare di creare disordini e morti, non così rare quando ci sono sensi di appartenenza, fede e politica a mescolarsi, a quelle latitudini. Tanto che già dalla stagione 1992-1993 le squadre israeliane cominciano a disputare le competizioni europee.

L’Arabia del Mancio e Israele in Conference e Europa League

Una novità che arriva come soluzione d’emergenza e che oggi è realtà consolidata. Degli incroci calcistici con le israeliane l’assist più immediato è quello dei 4 gol subiti in 15′ dal Maccabi Tel Aviv contro lo Zenit di Lucescu in Europa Lague, nel 2016. O, soprattutto, le sconfitte dell’Inter contro l’Hapoel Be’er Sheva in quello stesso anno, con De Boer prima e Pioli poi in panchina.

Nella stagione europea che si appresta a partire, in Europa League il Maccabi Haifa se la vedrà con Villareal, Rennes e Panathinaikos. Nel gruppo B di Conference League, la stella di David sarà invece tenuta alta dal Maccabi Tel Aviv, inserito nel girone con il belgi del Gent, gli islandesi del Breidablik e gli ucraini del Zorya Luhansk. Perché neanche la guerra ferma il calcio. L’Isis aveva costretto la Nazionale siriana prima in Oman poi in Malesia e nel 2016 la Federazione siriana aveva offerto la panchina a José Mourinho per le qualificazioni ai Mondiali del 2018. Alla luce di questo, insomma, anche l’approdo del Mancio in Arabia assume connotati più morbidi.