L’esposizione ai pollini causa reazioni allergiche in circa il 20-30% della popolazione europea e aumenta il rischio di morte nei soggetti con patologie respiratorie croniche, come l’asma, con picchi fino al +116% se a soffrirne è un anziano.
Conseguenze importanti anche per i bambini affetti da asma bronchiale – in Italia sono circa 1 ogni 5, di cui il 4,5% colpito dalla forma grave della patologia – esposti al polline, che sperimentano irritazione e lacrimazione oculare, prurito agli occhi e al naso, starnuti, naso che cola, tosse continua e fino all’attacco d’asma. In quest’ultimo caso può essere necessaria la gestione ospedaliera della crisi.
La stagione dei pollini, a causa del cambiamento climatico, si sta inoltre allungando notevolmente – comincia circa 25 giorni prima in primavera e dura 20 giorni in più in autunno – e questo può incidere sulla qualità della vita delle persone sensibili all’allergene.
A pesare sulla situazione non solo l’aumento delle temperature, ed in particolare la riduzione dei giorni con temperature sotto lo 0, ma anche l’inquinamento, che provoca l’intensificarsi della stagione dei pollini. Sembra infatti che maggiore è la concentrazione di Co2 nell’aria, maggiore è la produzione di pollini da parte delle piante che si trovano in quell’area.
Importante è dunque ‘saperle gestire’ queste piante, alle quali non si deve certo rinunciare: per le zone verdi dei centri abitati sarebbe quindi preferibile optare per specie che producono meno pollini e, da parte delle amministrazioni locali, è preziosa l’attenzione verso gli sfalci, da eseguire nelle ore notturne e in giornate poco ventilate per tutelare quel 28% di italiani che soffre di allergia ai pollini.

