Prezzi di frutta e verdura alle stelle e stipendi e pensioni al palo: il calo del potere d’acquisto innesca un effetto domino che si ripercuote sulla salubrità delle abitudini alimentari degli italiani.
Se i prodotti freschi e sani che occupano il vertice della piramide alimentare della dieta mediterranea costano troppo, si deve per forza di cose ripiegare su alternative che, sotto il profilo nutrizionale e non solo, sono meno valide: succhi di frutta al posto del frutto vero e proprio, con perdita di vitamine termolabili e fibra; verdure surgelate anziché fresche perchè convenienti; ridotta varietà di prodotti ortofrutticoli che esclude quelli troppo costosi e sceglie solo quelli abbordabili.
A far lievitare i prezzi il calo della produzione agricola, che vale il 27% del Pil italiano, dovuta a sua volta alla crisi climatica e agli eventi estremi che questa porta con sé: intense grandinate, siccità prolungata, gelate inattese in primavera, temperature desertiche alternate a piogge intensissime e concentrate in pochi giorni.
Secondo l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, nella prima settimana di luglio le ciliegie hanno visto il prezzo lievitare del 100%, le albicocche del 40% e le pesche nettarine del 10% circa. Guardando poi al banco verdura: in aumento nel confronto annuo anche il prezzo dei pomodori da serra, del sedano, degli asparagi, dei fagiolini e delle melanzane.

