C’erano una volta i negozi di prossimità, la vita di quartiere e il piccolo alimentari che faceva assaggiare i prodotti ai clienti prima dell’acquisto.
Prima del diffondersi a macchia d’olio dei punti vendita della grande distribuzione e, soprattutto, degli e-commerce, infatti, i negozi di quartiere la facevano da padrone: per il pane c’era il panificio a pochi passi da casa, per la carne e il pesce macelleria e pescheria, per i giornali le edicole e per la socializzazione i bar. Oggi, invece, per acquistare tutte queste cose si va al supermercato, al centro commerciale o, ancora meglio, si apre il computer e si ordina tutto online.
Questo processo di desertificazione degli esercizi commerciali di quartiere a favore dei grandi centri commerciali porta non solo ad un impoverimento del tessuto sociale e dei servizi ai cittadini, ma anche alla catastrofe economica per quei negozianti che hanno visto chiudere i loro negozi e sfumare il lavoro di una vita.
Secondo l’analisi di Confesercenti ‘Commercio e servizi: le oasi nei centri urbani’ in dieci anni, tra il 2014 e il 2024, hanno chiuso oltre 140 mila imprese di commercio al dettaglio, 46.500 delle quali erano alimentari, bar, edicole e distributori di carburante.
Tra queste chiusure, spiccano per numero quelle dei forni, 1.077 in 10 anni, e quelle delle panetterie, -814, provocando a livello nazionale un calo rispettivamente del 3,9% e del 19,4%. Sono invece 468 le pescherie che hanno chiuso i battenti nell’ultimo decennio e 5.247 le macellerie, con un calo di presenza a livello nazionale del 17,6%. Va male anche a latterie e formaggerie, con un calo del 22,6% e 407 punti vendita chiusi.

