È servita circa un’ora e mezza di colloquio tra il presidente Usa Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen per arrivare all’accordo definitivo sui dazi.
Per settimane, da quando Trump era tornato all’attacco sul fronte delle tariffe sull’export, rincarando quanto già annunciato il 2 di aprile salvo poi posticiparne ulteriormente l’entrata in vigore, i diplomatici dell’Unione hanno lavorato duramente per cercare di portare a casa il miglior accordo possibile.
Alla fine dei giochi però, a stringere il patto più vantaggioso sono stati sicuramente gli Stati Uniti. Ecco cosa prevede l’intesa siglata da Unione europea e America.
I dazi sull’export sono fissati al 15%, fatto salvo per acciaio e alluminio che restano al 50% e per i prodotti strategici a cui si applica la tariffa ‘zero for zero’, tra questi figurano ad esempio alcuni prodotti chimici e risorse naturali, aeromobili e loro componenti, certi prodotti agricoli e farmaci generici, materie prime essenziali e alcune apparecchiature.
Tra i settori interessati dai dazi al 15% anche quello dell’automotive che, come sottolineato dalla stessa Von der Leyen: “oggi deve pagare il 27,5% di dazi. Sono il 25% più 2,5%. Da quel livello siamo scesi al 15%, non è da sottovalutare, ma è il massimo che siamo riusciti a ottenere”.
L’accordo prevede anche che l’Unione europea faccia investimenti per 600 miliardi di dollari negli Usa e acquisiti 750 miliardi di dollari di energia, oltre a risorse militari, dagli Stati Uniti nei prossimi anni.
Infine, ad aiutare probabilmente l’accordo, seppur non esplicitamente previsto dal patto, l’Unione europea ha scelto di non introdurre, almeno per ora, la Digital Services Tax sulle big tech, una tassa che avrebbe colpito principalmente i fornitori di servizi digitali americani, leader nel settore che la tassa avrebbe dovuto interessare.
Al momento, non sono previsti ristori per le aziende europee che verranno maggiormente impattate dai nuovi accordi commerciali.

