Questa è una storia lontana nel tempo, nei modi e nella sostanza. Ma, pensando per un momento ai suoi protagonisti, ci riporta all’attualità. Almeno, a quella sportiva. Da oltre un anno tutto ciò che ruota attorno alla Russia è bandito dal mondo dello sport, discipline motoristiche comprese. Eppure c’era un tempo in cui, per rimanere confinati nel mondo delle corse a due e quattro ruote, ciò avveniva per motivi ben diversi.

La sfida tra sovietici e italiani: due mondi distanti sulla stessa pista
Fine 1964. Durante un incontro non ufficiale nell’ambito dell’Assemblea Generale della Fia, la federazione che regola il mondo dell’automobile, il numero uno dell’ente italiano Filippo Caracciolo di Castagneto viene avvicinato da Leonid Afanasye, pari grado del principe napoletano all’interno dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. L’Urss in una sigla dell’epoca, l’attuale Russia per capirci meglio. Scopo della chiacchierata è capire se c’è la possibilità di allestire una sorta di sfida agonistica fra due realtà così distanti fra loro, sia tecnicamente che come filosofia d’approccio. Passano i mesi e le relazioni si infittiscono per sfociare in una giornata che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto passare alla storia. In realtà non sarà così, nemmeno con il senno di poi.

I camion sovietici arrivano a Monza con i loro “gioielli”
Domenica 26 settembre 1965, Autodromo Nazionale di Monza. Logica la scelta del terreno di scontro da parte degli italiani, che hanno nell’impianto brianzolo il loro fiore all’occhiello conosciuto in tutto il mondo, Mosca e Vladivostok comprese. Nel paddock monzese, quello che oggi viene comunemente indicato come “le Vecchie rimesse”, arrivano i mastodontici e rumorosi camion sovietici con il loro carico di auto e moto da corsa. Una sessantina di cittadini dal passaporto russo, fra dirigenti accompagnatori, meccanici e piloti, tutta gente senza distinzione apparente di ruoli, e tutti che hanno ricevuto il permesso di espatriare verso il Bel Paese ma, guai a loro, se alla fine di questa “gita-premio” non fossero ritornati nella cara madre-patria.

Tre le corse previste, due di velocità e una di regolarità. Per non creare ancor più disparità fra le due “nazionali a motore”, tutte le competizioni si disputeranno sul picciolo anello della pista Junior inaugurato da un paio di stagioni. Prima dell’inizio, come usa fare nei ben più conosciuti incontri di calcio, i protagonisti si schierano a centrocampo e sull’attenti ascoltano i rispettivi inni nazionali. All’ultimo minuto, sapendo che i sovietici si sarebbero presentati vestiti tutti allo stesso modo, l’allora capo delegazione italiana, Eugenio Dragoni, ordina di recuperare delle tute azzurre con tanto di scudetto tricolore sul petto. La forma, in questi casi, vale quanto la sostanza.

Oltre la cortina: la sfida impari che non si sarebbe ripetuta
S’inizia con le moto e subito vengono messe in chiaro le cose con la vittoria perentoria di Tarquinio Provini con la Benelli due e mezzo. I centauri d’oltrecortina si difendono come possono e, stando alle cronache dell’epoca, non sfigurano con i loro mezzi, seppur datati. La sfida riservata alle monoposto, divisa in due manche da venticinque passaggi l’una, mette alla luce del sole le differenze sia tecniche che umane fra le due realtà. Alle Formula 3 utilizzate dai giovani e validi portacolori italiani dove spicca la figura di Giancarlo Baghetti, che in tempi non lontani aveva già corso e vinto in Formula 1, vengono contrapposti degli emeriti sconosciuti, pur se volenterosi che nella loro nazione ogni giorno svolgono le mansioni di taxista nella capitale moscovita. Oppure quella di autotrasportatore lunghe le polverose arterie delle sconfinate repubbliche socialiste. Qui la storia è ancor più divisiva con gli italiani che, evitando di darsi battaglia fra loro, tagliano in parata il traguardo di entrambe le manche, non prima però di aver doppiato i “colleghi” sovietici al volante di piccole creazioni, peraltro realizzate nella vicina Germania dell’Est. Chiude la parte agonistica di questa domenica così atipica la sfida con vetture turismo in una gara di regolarità fra birilli e arresti dell’auto al centimetro indicato. Inutile dire che, nonostante la disparità tecnica dei mezzi non conti come nelle due precedenti competizioni, la differenza fra le Italia e Urss emerge anche su questo terreno.

Quando arriva il momento dei saluti i dirigenti delle due federazioni si ripromettono, come da bozza d’intesa iniziale, di ritrovarsi nei pressi di Mosca per la rivincita prevista nella primavera del 1966, cosa che però non accadrà. E l’evento, che fra l’altro aveva raccolto sulle tribune poche centinaia di curiosi, non avrà seguito. Troppe le differenze, e non solo tecniche, fra due mondi così lontani. Uno votato alla sempre maggiore libertà e, per restare in ambito sportivo, al professionismo come punto d’arrivo; l’altro costretto da scelte politiche di difficile comprensione nel mondo occidentale, con il dilettantismo e la disciplina di partito come unico faro guida. Il risultato, da quella metà anni Sessanta fino a pochi anni fa, ha lasciato l’Urss di allora, la Russia di oggi, ai margini degli sport dei motori.
Enrico Mapelli

