Quella di oggi è una storia che parte da lontano, in tutti i sensi. Per la precisione dal sottosuolo islandese del vulcano Eyjafjöll. Anche la tempistica si dipana dal 20 marzo al 3 ottobre, anno del Signore 2010.
Il vulcano islandese e le conseguenze paragonabili all’11 Settembre
È l’ultimo sabato d’autunno quando, dopo circa due secoli di silenzio, il vulcano in questione si fa sentire. Come fanno appunto i vulcani, cioè eruttando lava. E fin qui niente di male, anche l’Etna ogni tanto si ricorda di far paura con il suo scopo naturale e le immagini di queste scie infuocate, specie quelle notturne, deliziano in prima battuta gli obiettivi di telecamere e smartphone. Ma invece in questo caso la situazione, con il passare dei giorni, si fa più seria. Non pericolosa, ma certamente delicata.

Le nubi cariche di cenere che si alzano ogni giorno sempre di più iniziano a creare problemi. Che mettessero in crisi la vita degli uccelli e della fauna del luogo era scontato. Meno lo era che la colonna grigiastra fosse sempre più estesa ,tanto da creare problemi alla vicina Europa e ai suoi aeroporti, con il risultato che molti di loro alla metà di aprile hanno dovuto sospendere di far alzare in volo i preziosi autobus volanti. Il blocco del traffico aereo viene deciso a metà aprile creando un effetto, soprattutto economico, paragonabile a quanto accaduto nei cieli del Nord America dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre di nove anni prima. Le perdite subite dalle compagnie aeree e dai servizi collegati, oltre all’indotto, è stato calcolato in alcune centinaia di milioni di dollari/euro ogni ventiquattro ore di stop forzato.

La Champions League, la Formula 1 e la MotoGp e i guai con il vulcano
Ma poi ci sono i “danni collaterali”. Summit fra varie personalità politiche annullati, funerali di personaggi famosi disertati da chi non ha potuto recarsi alla celebrazione, programmi già dettagliatamente stabiliti sconvolti con cambi di percorso e soprattutto di mezzi. La tanto attesa partita di andata della Champions League di calcio a Milano, fra l’Internazionale e il Barcellona, ha rischiato di esser posticipata per il mancato arrivo della squadra ospite, costretta all’ultimo momento a muoversi dalla capitale catalana fino a quella lombarda su autobus, pur con tutti i confort del caso, ma che hanno comunque impiegato circa quattordici ore da hotel a hotel.
Nel lontano Oriente il mondo dei motori da corsa era impegnato su due fronti: la Formula 1 e il Motomondiale. Le quattro ruote il 18 aprile a Shanghai, per il Gran Premio di Cina, si sono date battaglia come sempre e al termine della gara, finita con la doppietta McLaren grazie a Jenson Button e Lewis Hamilton, i meccanici hanno iniziato a impacchettare tutto il materiale dentro centinaia di cassoni già predisposti con destinazione Europa. Lavoro, per certi versi, inutile se svolto con i solti tempi “bruciati” del Circus. Per alcuni giorni infatti queste preziose casse, e con loro molti addetti ai lavori della stessa Formula 1, non hanno potuto lasciare il suolo cinese.

Il 3 ottobre 2010 e l’eruzione che ha cambiato lo sport
Nella vicina isola giapponese invece tutti attendevano l’arrivo dei protagonisti della seconda prova iridata del Motomondiale. All’autodromo di Motegi le casse contenenti i vari materiali erano giunte direttamente dal Qatar dove pochi giorni prima era scattato il Campionato. Ma la maggior parte di piloti, team manager, giornalisti, uomini della FIM, e chi più ne ha più ne metta, da Losail si erano giustamente spostati verso la natia Europa. E da lì, maledetta eruzione, non si erano più potuti imbarcare per lunghi tragitti. Il 20 aprile, martedì della settimana decisiva, gli organizzatori annunciano che il vulcano ha fatto una vittima in più: il Gran Premio del Giappone. Subito però viene comunicato che, essendo troppo importante rinunciare a fare tappa nel paese di Honda, Suzuki e Yamaha, il gran premio non sarebbe uscito dal calendario. E quindi il successivo 3 ottobre, vulcani di tutto il mondo permettendo, nel Sol Levante sarebbe andato in scena la gara tanto attesa della MotoGp, e con lei quelle delle altre due classi “damigelle”.
Eccola qui la conclusione della storia partita sottoterra nell’ultimo fine settimana invernale e terminata all’inizio del successivo autunno. Quella domenica ha visto incoronati come vincitori, in ordine d’importanza, Casey Stoner, Toni Elías e Marc Márquez. Chissà se loro fossero stati gli stessi se il 25 aprile…
Enrico Mapelli

